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Spunti per un Natale tradizionale

FolkNewsDICEMBRE2024

di Giusi Bonacina

Il Natale è dovunque sinonimo di mistero e magia e molte sono le leggende popolari, le tradizioni, le superstizioni relative alla notte del 24 dicembre. 
Ve ne racconto qualcuna!


In tutti i nostri paesi la novena di preparazione al Natale era, un tempo, molto frequentata e gli abitanti di certe frazioni di montagna, per raggiungere la parrocchia, percorrevano ore di cammino su sentieri coperti di neve o resi scivolosi dal ghiaccio per partecipare alle cerimonie religiose. 
Tra i tanti eventi della novena, importante è sempre stata la vigilia quando, fin dalle prime ore del mattino, gruppi di suonatori (bandì) andavano per le vie dei paesi ad augurare le buone feste accompagnandosi col “baghèt” (cornamusa bergamasca) e la gente offriva loro uova, formaggio e vino caldo. 

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Nella tradizione contadina l’importanza del meteo è sempre stata oggetto di detti e filastrocche. Per i nostri nonni, ad esempio, il bel tempo, nel giorno di Natale, era lieto pronostico di abbondanti raccolti, ma si poteva essere certi che la Pasqua sarebbe stata fredda e piovosa, da cui il detto “Nedàl al zÓ§ch e Pasqua al fÓ§ch” (Natale al gioco e Pasqua al fuoco). 

Il periodo natalizio poi è quello in cui ci si rende conto che le giornate si fanno più lunghe poiché è appena trascorso il solstizio d’inverno per cui è piuttosto comune sentir dire: “A Nedàl a l’ se slá½¹nga ü pas de gal, a Pasquèta Ó§n’ urèta” dove il giorno è, ovviamente, il soggetto sottinteso. 

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Per quanto riguarda le ricerche in terra bergamasca, non posso non fare riferimento al linguista e folclorista orobico Antonio Tiraboschi. Ricercatore di usi, costumi e tradizioni della nostra terra, è l'autore del "Vocabolario dei dialetti bergamaschi" (1867) il più consultato, tutt'ora, dei dizionario della lingua orobica. 

Il Tiraboschi nei suoi “Usi del Natale bergamasco” scrive che per i nostri nonni era diventata una specie di religione la consuetudine di distribuire regali a Natale. Tale dono era noto come “sovercheffsàl” o sovraccapezzale perché era recapitato nelle ore serali della vigilia, poco prima di coricarsi.
Si regalavano libbre di sale o di pepe e bicchieri di cristallo soprattutto a giudici, medici, avvocati e notai. 


Si deve sempre alla penna del Tiraboschi la descrizione dell’usanza, rispettata fino ai primi del 900, di accordare una tregua alla detenzione dei prigionieri, in modo che anche loro potessero trascorrere il giorno di Natale coi loro cari (da cui il detto: “A Nedàl i và a cà pò a’ i làder”) ed era privilegio del podestà di Bergamo annunziare dalla finestra della prigione il nome dei graziati.

Il Tiraboschi riferisce anche che le mangiatoie degli animali devono essere, la notte di Natale, riempite di ottimo foraggio poiché questa sarebbe la notte magica in cui mucche, buoi e cavalli parlano con linguaggio umano. E c’è chi giura di aver sentito in una stalla questo strano colloquio: Léa sÓ§ tè Belì (alzati, Belì) che leerá½¹ sÓ§ a’ mé, Falcù (che mi alzerò anch’io, Falcù) a m’tirerà sÓ§ la préda (alzeremo la pietra) e m’ casserà zá½¹ ‘l padrù (e sotterreremo il padrone)!

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Sempre la notte di Natale, poi, in terra bergamasca tutti gli alberi sono sacri.
Del resto la sacralità dell’albero ha una storia millenaria. Era già presente nelle prime civiltà. Nell’antico Egitto il sicomoro simboleggiava il sostegno dell’uomo, la sua colonna vertebrale. Indù e Buddisti adoravano un albero cosmico mentre i Romani, dopo i Saturnali, festeggiavano la Dea Strenua (da cui il nostro “strenna”) scambiandosi, alle calende di gennaio, ramoscelli d’alloro a cui aggiungevano fichi e mele come augurio di dolcezza e di serenità.

I Celti credevano che il frassino fosse la dimora di uno spiritello gentile, disposto ad esaudire i desideri di chi gli si raccomandava. Perché qualcosa di simile all’attuale albero di Natale entri nelle nostre case, però, è necessario aspettare fino al ‘600, quando, in molti paesi europei, si diffonde la consuetudine, nel periodo natalizio, di addobbare le case dei ricchi con rami di alberi diversi ai quali si legavano ninnoli e nastri colorati.

Ma il primo, vero, abete di Natale europeo fu allestito nel 1844 nel Regno Unito dalla Regina Vittoria e da Principe Alberto nel castello dei Windsor.

 

In Italia è un’altra regina ad allestirne uno davvero sontuoso nel 1869. È Margherita di Savoia che intendeva così festeggiare la nascita del figlio Vittorio Emanuele.
E a Bergamo? Per tutto l’800, nella vecchia fiera cittadina si poteva ammirare un albero adorno di mele, noci, cialde, piccole focacce e biscotti. A capodanno veniva scosso per far cadere frutti e leccornie come segno beneaugurante per il nuovo anno.

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Dall’inizio del XX secolo, quando entrò di diritto in tutte le case, furono i negozi di alimentari ad esporre fronde di abeti tra cui spiccavano pagnotte e insaccati, mentre nelle locande e nelle osterie, alle fronde si alternavano sul banco grandi piatti di uova sode a sardine sotto sale e “mès lìter de nìgher”.

 

E adesso? Adesso vi suggeriamo come trarre il massimo dei benefici dal vostro albero. Prima di tutto non va allestito all’inizio di dicembre, ma solo il ventesimo giorno del mese e le sue luci vanno spente rigorosamente la mattina di capodanno. È importante che brillino per 12 notti, quanti sono i mesi dell’anno. Tanti quanti ne servono alla natura per rigenerarsi.
Non va mai relegato in un angolo, ma posto al centro della stanza dove si sta più a lungo. Al momento dello scambio di auguri è bene versare un po’ di spumante tra i suoi rami per propiziare fortuna e abbondanza. Non dimenticate, infine, di appendere tra le palline un piccolo campanello che farete tintinnare ogni volta che gli passate accanto. Lo squillo argentino dovrebbe tenere lontane le negatività.

 

Provare non costa nulla. E allora perché no?

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