"Man": Daniele Fumagalli presenta il suo nuovo disco
FolkNewsAGOSTO26
di Nisun
Introduzione
Daniele Fumagalli, maestro dei Brianzoli e coordinatore della consulta giovani FITP lombardia, è, come sappiamo, uno studioso di canto popolare.
Tuttavia il 25 aprile di quest’anno è uscito un prodotto diverso: si chiama “Man”, e si tratta di un disco di canzoni, in dialetto, che sono però totalmente inedite. Canzoni scritte dallo stesso Daniele.
L'album è disponibile su tutte le principali piattaforme di streaming digitale (Spotify, Apple Music, YouTube) ed è reperibile in formato fisico attraverso i canali ufficiali dell'artista.
Clicca qui per ascoltarlo.

1. Perché "Man"? Che cosa rappresenta questo titolo e quale filo rosso lega i brani dell'album?
«Le mani», in dialetto. Ma anche «Uomo» nella lingua che ormai unisce tutto il mondo. Il significato è dunque duplice. Comunque non voglio rispondere fino in fondo a questa domanda. Un filo, indiscutibilmente rosso, c’è. Ma non voglio essere io a spiegarlo: «Colui che rompe una cosa per scoprire cos'è, ha abbandonato la via della saggezza» scrive giustamente Tolkien. Ed io non voglio rompere. In ogni caso, la canzone più importante del disco porta questo titolo.
2. Qual è stata la scintilla iniziale? C'è stato un momento preciso che ti ha fatto capire che queste canzoni dovevano diventare un disco?
C’è stato un momento preciso in cui ho capito che dovevo realizzare un album in dialetto di canzoni inedite. L'input è arrivato da una mia corista, la prof.ssa Maria Cristina Pifferi. In buona sostanza mi ha detto: “Daniele, tu scrivi canzoni (belle) e parli e scrivi in dialetto, due rarità. Vale la pena che ci distinguiamo per queste cose ‘di nicchia’”. Ma si aprirebbe davvero un discorso lunghissimo su quanto è all’origine di questo disco…
3. Tra cantautorato e tradizione: in che modo il tuo background e il mondo folk hanno influenzato la composizione di questo lavoro?
Per onestà intellettuale: io amo la musica popolare e la musica folk. E questo, inevitabilmente, ricade sul mio modo di comporre. Il mio disco precedente era un lavoro in cui interpretavo il canto popolare lombardo, ad esempio. Le mie radici popolari anche in questo disco, sono innegabili. Comunque, sia chiaro: io amo la musica folk vera, non le sue parodie e caricature. Insomma: amo la musica folk, non quella… bifolk.

4. Come hai lavorato sugli arrangiamenti per ottimizzare la resa narrativa delle tue canzoni?
Si tratta di un lavoro corale svolto con la Compagnia dello Stornello: Giovanni Iacono (co-autore di alcuni pezzi) al basso e al pianoforte; Francesco Aguglia alla fisarmonica e pianoforte; Giampiero Ferrario alle percussioni; Ivailo Corengia alla tromba; Francesco Falcone al basso. E infine le coriste: Candida Croci, Antonella Frigerio e Maria Cristina Pifferi.
5. Come si è svolto il processo di registrazione e c'è un brano in particolare che ha avuto una vera e propria "metamorfosi" in studio?
Un grosso grazie va a Fabrizio Savio della Pitch the Noise Records e ad Antonio Silva, che mi ha fatto da consulente per il dialetto. Registravamo da Fabrizio durante giornate intere. Alcune cose in presa diretta, altri brani su piste separate e poi assemblate.
Con mia mamma che al solito faceva da mangiare per tutti durante la pausa pranzo, dato che lo studio è abbastanza vicino a casa sua… Porzioni luculliane e Bonarda. Con il risultato che nel pomeriggio non ci si metteva mai al lavoro prima delle quattro.
6. Il tema del tempo e della memoria: nei tuoi testi c'è spesso un'attenzione forte alle storie vissute. Come si incastra la dimensione del ricordo in "Man"?
I fatti. I fatti sono importanti. Noi siamo un Paese senza memoria. Il nostro popolo ha la memoria storica di un pesce rosso, con la conseguenza che non ama, anzi non perdona, chi gli racconta la verità.
Però è pronto ad osannare chi gli mente, anche ripetutamente. Si tratta di una storia vecchia di secoli.
"Man" è uno schiaffo che pone in canzone storie che non si vogliono ascoltare… uno schiaffo da medico, si intende. Dato con lo stesso professionale distacco. E anche con lo stesso amore di fondo, e la stessa pietà, per il genere umano. Persino per quelli che gridano “crucifige” e scelgono, ripetutamente, Barabba.
7. Scrivere oggi: quanto c'è di strettamente autobiografico e quanto di "osservazione del mondo" nei personaggi del disco?
Ogni storia raccontata dice qualcosa del suo autore. Lo stesso vale per le mie canzoni. Ci sono dentro episodi svoltisi prima della mia nascita, ma il modo che ho scelto per raccontarli, inevitabilmente, racconta qualcosa anche di me. Tipo le cose che mi interessano. O che, penso, dovrebbero interessare ai più, ma per la dinamica di cui sopra…
8. Il ruolo della parola: in un'epoca di ascolti veloci e brani "mordi e fuggi", che valore ha per te pubblicare un album completo e strutturato?
Intendiamoci sulla parola “valore”. Valore economico: nessuno. Non sono un artista sulle riviste patinate, non sono associato a volti noti…

9. Ti interrompo solo per dirti che ti abbiamo visto presentare il disco su Antenna 3, a Sota el ciel de Lumbardia. E recentemente, con "I Brianzoli", sei stato anche su Rai 1…
Non cambia la sostanza. Non sono un divo. Non vivo (solo) di musica. Per fortuna.
10. Riformuliamo la domanda: il ruolo della parola... che valore ha per te pubblicare un album completo e strutturato?
Bisogna intendersi sulla parola “valore”. Non ha valore economico, non penso che questo disco farà migliaia di ascolti. Ma certamente non pubblico il disco “per me”. Le canzoni sono fatte per essere ascoltate e cantate: quindi, prima di tutto, io canto queste canzoni per chi vuole ascoltarle. Un modo per dire la mia sul mondo che ci circonda. E poi c’è dell’altro. La canzone ti obbliga ad essere sintetico, ad esprimere concetti importanti sotto uno schema metrico rigoroso. Dunque è uno sforzo, un lavoro, un’opera di un artigiano. Ecco: io sono un artigiano, faccio il mio prodotto. Vediamo se a qualcuno interessa.
Ma sono un artigiano del vecchio secolo. Mi rifiuto di essere un ingranaggio del sistema. Vuoi vivere di musica oggi? Bene. Non puoi scrivere (e cantare) quello che vuoi tu, ma quello che ti dicono di scrivere e cantare. Devi avere poi migliaia di euro da investire in un ufficio stampa che paghi le riviste specializzate, o quantomeno gli garantisca un tot di vendite, affinché e riviste dicano che tu sei un bravo artista. Oppure ancora devi produrre musica a cottimo, venire pagato, rinunciare ai diritti d’autore e ritrovare la tua canzone cantata da un nome famoso e registrata a nome di un altro autore… tutto questo, non fa per me. Ho scelto tempo fa cosa dovesse essere la musica, per me. Una passione che mi portasse qualche soldo. Ma soprattutto, che non implicasse una rinuncia alla mia libertà. Le persone che mi apprezzano sono poche, forse, ma quelle poche mi stimano per le mia canzoni. Non per moda.
11. Qual è la domanda che avresti sempre voluto ti facessero su questo disco durante le interviste e che nessuno ti ha ancora fatto?
Quel che volevo dire l'ho detto nelle canzoni. Quindi non c’è una domanda che desidero mi venga fatta, ossia non mi piace spiegare cosa c’è dietro e dentro i miei brani. Noi artisti siamo come dei cuochi: ci piace che la gente degusti il nostro cibo, ma non amiamo si venga a ficcanasare nella nostra cucina.
12. Dimensione live: come si trasforma "Man" dal vivo e cosa deve aspettarsi il pubblico dai prossimi concerti?
Dal vivo mi trasformo. Le mie canzoni vivono con il pubblico, e così la mia interpretazione. Il pubblico intero è l’ultimo membro della compagnia. Ed il più importante. Non sono di quegli artisti che godono nel non essere capiti. Anzi, io cerco proprio di essere compreso, di usare un linguaggio schietto, immediato. Senza mentire. Anche il ricorso al dialetto, paradossalmente, ha questo scopo: non raccontare frottole. Comunque, l’11 dicembre debutterà lo spettacolo-concerto abbinato al disco.
