Al "nostro" Fabrizio Cattaneo il più alto riconoscimento del mondo del folclore
FolkNewsOTTOBRE2024
di Laura Fumagalli
Sabato 10 maggio 2024 a Marsiglia il “nostro” Fabrizio Cattaneo ha ricevuto uno dei riconoscimenti più importanti a livello mondiale per il mondo del folclore: l’IGF Gold Star Award, come oggi è definito l'Oscar del Folclore.
Per chi non la conosce, l’IGF è l’unione mondiale del folklore, un grande movimento che raggruppa le federazioni nazionali, come la nostra FITP, con lo scopo di agevolare gli scambi di inviti tra gruppi e festival.
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Alla suggestiva e straordinaria cerimonia di consegna dei riconoscimenti, Fabrizio ha partecipato insieme alla moglie Ida e alla delegazione della Federazione Italiana Tradizioni Popolari composta dal presidente Gerardo Bonifati, dal segretario generale Franco Megna, e dal tesoriere Tobia Rinaldo.
Al ritorno dalla Francia, l’ho intervistato.

La consegna del riconoscimento a Fabrizio Cattaneo
A Bergamo, Fabrizio gestisce una piccola azienda di vendita e riparazione elettrodomestici audio e video. Ma spesso più che un Audio Video Center sembra la Casa del Folclore. Tra tv led enormi ed elettrodomestici da riparare, in questi anni abbiamo fatto tante riunioni e Fabrizio ci ha raccontato tanti sogni e progetti per il futuro.
Arrivo da lui per fare una chiacchierata alle 18,30, quando la giornata lavorativa sta per finire. Il suo ufficio è un misto di documenti di trasporto ufficiali, di appunti tecnici e di quadri appesi: attestati del gruppo dei Gioppini, foto in abito folclorico, un planisfero per sognare festival lontani.
Tutto lascia trasparire che il folclore non è una passione da “serata a casa”, ma è un aspetto fondamentale delle giornate del nostro Fabrizio.
Mi accomodo e iniziamo a chiacchiere. Mi ero preparata qualche domanda, ma con lui la conversazione segue una piega naturale e non ce n’è bisogno.

A 12 anni con la fisarmonica e l'abito dei Gioppini
Partiamo dal riconoscimento che hai portato a casa da Marsiglia: l’IGF Gold Star Award. Cosa ne pensi?
Personalmente non sono un amante di premi e riconoscimenti, non mi misuro e credo di non dover dimostrare nulla, in quello che faccio seguo solo la mia passione. Però devo dire che a Marsiglia è stato emozionante. Ricevere l’Oscar del Folclore è una forma di riconoscimento che mi spinge a donare ancora più tempo e passione al mondo della cultura popolare.
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Oggi, Fabri, ricopri molte cariche: Segretario Generale IOV world, Presidente IOV Italia, vicepresidente nazionale FITP, Cavaliere Jure Pleno del Ducato di Piazza Pontida.
Ma facciamo un passo indietro e riavvolgiamo il nastro del tempo.
Come è nato il Fabrizio che conosciamo noi oggi? Quale è stato il tuo primo approccio al folclore?
Se e quando ho iniziato a fare folclore è colpa, e anche merito, di mio padre. Quando sono nato uno dei suoi migliori amici era Angelo Piazzoli, il Papa, che allora era il direttore dei Gioppini. Il Papa era spesso a casa nostra, era un amico di famiglia e mio padre ha sempre avuto questo desiderio, di far parte dei Gioppini di Bergamo.

Nel 2000 insieme a Angelo Magri (a sinistra) e Tito Oprandi (in centro)
Ed è sempre grazie a tuo padre se hai iniziato a suonare la fisarmonica?
No, quello è merito mio. Lui è sempre stato un uomo gioviale a cui piaceva fare festa. La domenica eravamo sempre in giro per sagre e feste di paese. E io sentivo e vedevo uno strumento particolare che mi ha affascinato fin da subito: la fisarmonica.
Allora iniziai a prendere lezioni: a 5 anni andavo dal Maestro Frigeni di Ranica. Era fantastico, suonava nell’Orchestra RAI di Torino. Ma con lui mi sarebbero toccati tre anni di solfeggio e di teoria, troppo per uno come me! Allora iniziai a frequentare il Maestro Luigi Ravasio e poi le lezioni del Maestro Battista Bergamelli.
Avevo 11 anni e il suo studio era alla rotonda del Duse, in città a Bergamo (quella che oggi è la rotonda dei Mille). Per arrivarci dovevo prendere il pullman da solo: i miei mi davano i soldi per il biglietto da Torre Boldone e per la merenda. A quell’età più che amare le lezioni, si potrebbe dire che mi piacevano i dolci del Nessi (chi è di Bergamo mi capisce!) e l’autonomia di andare in centro da solo.

Negli anni 2000 insieme ad Angelo Magri​
Intanto sei diventato grande e hai iniziato a suonare in pubblico. Quanti anni avevi quando hai iniziato a suonare con i Gioppini?
Avevo 11 anni. Il Papa un giorno era a casa nostra e mi ha sentito suonare. Ha detto a mio padre: “Mandamelo ai Gioppini”. E li sono restato! Oggi ne ho 57 di anni, per cui sono 46 anni che faccio parte del gruppo.
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Nei Gioppini hai sempre e solo suonato?
Ho anche ballato ad un certo punto. E dal 1993 al 2014 sono stato il presidente.

Al Festival del Folklore di Bergamo insieme a Benito Ripoli
con gli abiti del gruppo folclorico L'Eco del Gargano di San Giovanni Rotondo
46 anni di gruppo sono tanti. Vuoi raccontarci alcuni dei momenti più speciali che hai vissuto con i Gioppini?
Sicuramente uno dei più bei ricordi che porto nel cuore è l’incontro con Papa Bergoglio.
Ma più in generale, credo che i festival siano i momenti della vita di un folclorista che meglio rappresentano l’essenza di quello che facciamo. Penso che chi non ha mai partecipato ad un festival, non possa capire questo sentimento: per me partecipare ad un festival internazionale è il massimo, le esperienze migliori io le ho avute in quei momenti. Si incontrano altri gruppi, altre culture. Io in quelle occasioni provo quasi un senso di antagonismo e un po’ di voglia di “strafare” perché voglio dimostrare la fierezza di essere italiano.
Ma in realtà è solo orgoglio e voglia di folclore, perché alla fine si finisce per essere tutti amici.
Nell’incontro con altri gruppi per me c’è il vero folclore. I festival mi ricaricano e torno a casa al settimo cielo, con rinnovata voglia di stare nel gruppo e fare le prove.

Nel 2016 l'incontro a Roma con Papa Bergoglio
Non solo Gioppini però! La tua passione per la musica ti ha portato ad suonare anche in altri gruppi nel corso degli anni, giusto?
Si, esatto. Ho sempre amato la musica nei suoi vari generi. E negli anni ho fatto parte di diversi gruppi.
Dal 1986 al 1990, per esempio, suonavo liscio con l'Orchestra Roller.
​Cambiando decisamente genere, mi è capitato spesso di suonare nella band di rock demenziale Gruppo Spalla del mio amico Isacco Sacco.
Da qualche anno, insieme a mia moglie Ida, ho fondato I Vilan, duo musica e canto dedicato alle canzoni popolari (bergamasche e non).
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Nel 2023 sul palco della manifestazione Manteniamoci Folk di Sarnico,
qui eccezionalmente insieme al figlio Nicola
Fabri, ti conosco da tanti anni. Ho sempre ammirato la passione che metti in tutto quello che fai. Le tue giornate sono piene, tra famiglia e un’azienda da mandare avanti, ma trovi sempre il tempo di ascoltare tutti, di dare consigli, di raccontare storie legate al folclore bergamasco.
Cosa ti appassiona di più del folclore?
Mi è sempre piaciuto il folclore, inteso come la cultura di un territorio, l’eredità dei nostri nonni. Uno degli aspetti che preferisco sicuramente è la socializzazione. Vivere il folclore significa vivere in compagnia, si conoscono tante persone e nascono amicizie.
Valorizzare e tramandare il dialetto e la cultura del nostro territorio mi ha sempre appassionato e cerco di farlo come posso, con l’organizzazione di manifestazioni e suonando nei Gioppini.

Rispetto a quando eri piccolo e tuo papà di portava alle sagre, mi sembra che oggi il mondo sia cambiato moltissimo e abbia perso un po’ la voglia di socializzare e di fare comunità.
Ne ha risentito anche il folclore: problemi di ricambio generazionale, scarsi fondi economici, pochi inviti per esibirsi.
Tu hai vissuto quasi 50 anni di folclore lombardo e stai vedendo tanti cambiamenti.
Cosa pensi succederà nel prossimo futuro?
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È una domanda difficile e io non ho la capacità di prevedere il futuro. Tanti dicono che i gruppi folclorici andranno a morire. Io non sono d’accordo: secondo me non tutti i gruppi moriranno, qualcuno andrà avanti se avrà la capacità di riadattarsi e di cambiate la formula che noi oggi chiamiamo folclore.
Se ammettiamo che il folclore è la conoscenza del popolo, della sua storia e delle sue tradizioni, dobbiamo anche ammettere che noi gruppi oggi, nella maggior parte dei casi, facciamo uno spettacolo folclorico e non del vero folclore.
Credo che per tutelare e valorizzare l’eredità culturale di un territorio non bastino più le danze che portiamo sul palco.
A volte mi sembra che “vendiamo lucciole per lanterne”, che proponiamo un folclore bergamasco che non lo è veramente e probabilmente non lo diventerà mai.
Facciamo un esempio: in Occitania tutti cantano canzoni in dialetto e danzano balli tipici del loro territorio. Lì davvero il folclore è un’usanza locale diffusa quindi il gruppo folclorico non fa altro che portare sul palco una consuetudine sociale e rappresentarla in forma scenica. Ma si tratta della rappresentazione di qualcosa che esiste e che nelle feste di piazza ancora si vede. In altre zone purtroppo la situazione non è così.

Con Juliana Moreira a Canale5
Negli ultimi anni, di ritorno da festival stranieri, ci hai spesso raccontato di una forma di esibizione su palco che è molto teatrale e che unisce parole, musiche e danze in un piccolo racconto del territorio. Secondo te quella potrebbe essere la soluzione?
Si, credo che spettacoli da palco in forma teatrale possano essere il futuro e un potente mezzo di racconto. Perché se il folclore deve rappresentare un territorio, noi oggi non ci siamo per nulla.
Sicuramente è un bel cambiamento all’interno della vita di gruppi che da tanti anni portano avanti lo stesso programma di danze. E non dico che è un lavoro facile, ma forse un giorno diventerà necessario.
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E così, tra aneddoti su festival stranieri e idee per il futuro, con Fabrizio davvero volano le ore di chiacchierata. Ormai sono le 20,30 e le nostre famiglie ci richiamano all’ordine: è tempo di andare a casa a cenare, chissà che dopo cena riusciamo a ritagliarci ancora qualche minuto per coltivare la nostra passione folclorica.
