Appunti di un etnomusicologo.
Il 25 aprile nel canto popolare. Fra inni internazionali e ballate locali ignote
FolkNewsAPRILE2026
di Daniele Fumagalli
Siamo lombardi. Molte delle nostre città sono medaglie d’oro alla Resistenza, le nostre valli si riempirono di canti, ed alcuni di essi ancora echeggiano nell’immaginario collettivo (e non solo).
Conosciamo meglio questi canti popolari, e decidiamo di farlo in due modi. Da una parte, prendiamo inni arcinoti per conoscerli meglio; dall’altra, fissiamo su carta (anche se digitale) informazioni meno note, recuperate nel corso della nostra attività di etnomusicologia da testiomoni orali.
Per i primi due canti, ci affidiamo agli studi di Cesare Bermani.
FISCHIA IL VENTO: la canzone della Resistenza per eccellenza (al Nord)
Fino agli anni ‘60 era il canto più popolare dell’intero Nord Italia. La genesi di questo canto è stata da tempo ricostituita. Giacomo Sibilla, soldato del 2° reggimento del genio telegrafisti, di stanza sul Don, apprende la melodia di Katiuscia, brano scritto nel 1938, ascoltando i prigionieri sovietici. Siamo nel 1942.
Rientrato in Italia dopo l’8 settembre, Giacomo diventa “Ivan” ed entra a far parte di una banda partigiana di Imperia, presto fusasi con un’altra comandata da U megu (il medico) Felice Cascione.
Sull’aria di Katiuscia, Cascione e lo studente Felice Alderisio scrivono su un foglio strappato dal ricettario medico del comandante:
Soffia il vento urla la bufera
scarpe rotte eppur bisogna agir
a conquistare la nostra primavera
in cui sorge il sol dell’Avvenire.
Ogni contrada è patria del ribelle
ogni donna a lui dona un sospir
nella notte lo guidano le stelle
forte il cuore e il braccio nel colpir
Ma se ci coglie la crudele morte
dura vendetta sarà dal pel partigian
ormai sicura è la nostra sorte
contro il vil che ognora noi cerchiam
Cessa il vento, calma la bufera
torna a casa alfine il partigian
sventolando la nostra bandiera
vittoriosi alfin liberi siam

Felice Cascione, "U megu"
Questa versione, Cascione la fece recapitare alla madre (e maestra elementare) Maria Baiardo. Ce la immaginiamo, armata di penna rossa, sostituire le parole che ritiene opportune e giungere così alla versione che verrà recapitata al CLN di Imperia, molto somigliante alle versioni maggiormente note del canto diffusesi in seguito in tutto il Nord Italia.
Fischia il vento urla la bufera
scarpe rotte eppur bisogna ardir
a conquistar la rossa primavera
in cui sorge il sol dell’avvenir
Ogni contrada è patria dei ribelli
ogni donna a noi dona un sospir
nella notte ci guidano le stelle
forte il cuore e il braccio nel colpir
Se ci coglie la crudele morte
dura vendetta sarà del partigian
ormai sicura è la bella sorte
contro il vile che ognun cerchiam
Cessa il vento calma è la bufera
torna fiero a casa il partigian
sventolando la rossa bandiera
vittoriosi alfin liberi siam
Poiché siamo lombardi, una piccola curiosità. A Roberto Leydi si deve la raccolta di un’ulteriore quartina cantata dai partigiani milanesi nell’aprile del ‘45
Neve e fango, la strada di Legnano
neve e fango e sangue all’imbrunir
che c’è morto il ragazzo partigiano
che sognava il sol dell’avvenir

BELLA CIAO. 80 ANNI DI EQUIVOCI
A Cesare Bermani dobbiamo il più completo studio fatto su questa canzone, che pone finalmente la parola fine (se questa parola può avere un senso - e raramente lo ha - negli studi sul canto popolare) all’equivoco per cui Bella Ciao non sarebbe stato un canto partigiano, bufala rilanciata, anche in tempi recenti, da giornalisti autorevoli.
Il fatto è che a lungo rimase un canto poco conosciuto, al punto che lo stesso Bermani, per sua stessa ammissione, sostenne (su testimonianza di Giovanna Daffini) che fosse un canto di risaia.
Oggi, grazie allo stesso studioso tornato sui suoi passi, sappiamo che Bella Ciao fu un canto partigiano composto in centro Italia, probabilmente in Abruzzo, rielaborando alcuni canti popolari (fior di tomba, filastrocche per bambini). Forse "Bella Ciao" ha un'origine comune, o è vagamente imparentata, con una melodia di origine Yiddish come si può verificare sul sito internet della biblioteca del congresso statunitense dove abbiamo rinvenuto lo spartito di A Koilen, pubblicato a New York dal tipografo Saul Schenker nel 1919. L’incipit della melodia e il ritmo sono identici al noto canto partigiano.
Ma perché il suo successo tardivo, negli anni ‘60? Le ragioni sono da rintracciarsi nel complesso quadro socio-politico del secondo dopoguerra. Innanzitutto, il canto conobbe una nuova fama con interpretazioni nazional-popolari come quella di Milva, Gaber e Montand. Ma questa diffusione fu anche una conseguenza del clima politico creatosi in quegli anni. Con l’avvento del PSI ai primi governi di centro sinistra, la maggioranza (di cui la DC costituiva il principale azionista) volle una Repubblica fondata sulla Resistenza, una Resistenza ecumenica, allargata, anche liberal cattolica oltre che “rossa”. Con questa nuova tendenza, un canto come Fischia il Vento, con le sue bandiere rosse ed i suoi soli dell’avvenire, era destinato ad essere rapidamente sostituito da un canto più neutro, come, appunto, Bella Ciao.
Ed il resto è storia, anche recente.

Cesare Bermani
VERSO L’IGNOTO. L’ORIGINE DELLA MELODIA DE “LA BRIGATA GARIBALDI”.
Lasciamo il testo ed i canti analizzati da Bermani per addentrarci nel famoso inno della Brigata Garibaldi, facendoci guidare da un altro testo di riferimento, quello di Alessio Lega.
Nel suo libro La resistenza in 100 canti (Mimesis, 2022), leggiamo “Poco chiara la derivazione musicale di questo canto” (pag. 65). In effetti, le piste e possibilità sono molteplici.
Come FITP Lombardia, daii nostri archivi sonori sappiamo infatti che il brano faceva parte, come marcia, del gruppo “Natale Brambilla i Fregamusun di Vighizzolo di Cantù”. Chiediamo dunque informazioni a Franco Cappelletti, ex segretario del gruppo, il quale ci dà le seguenti informazioni:
“Il brano era noto, per così dire era sempre stato chiamato all'interno del gruppo, con il nome di “Principe”. Ha comunque origine in una marcia dei Bersaglieri, intitolata Gioventù in marcia, che stando alle mie informazioni fu composto nel 1941”.
Solleticati da questa traccia, consultiamo il Sistema Bibliotecario Nazionale e troviamo, in effetti, un brano con questo titolo datato 1941 (QUI).
Mentre questo articolo viene pubblicato, abbiamo domandato alla biblioteca di Firenze una scansione digitale dello spartito. Se la melodia corrispondesse al famoso inno partigiano, abbiamo dunque una traccia storica documentata antecedente all’inno garibaldino.
D'altro canto, il nostro Otello Castiglioni dalla redazione non manca di segnarlci un'altra fonte bibliografica: In Savona A. Virgilio, Straniero Michele L., Canti della Resistenza italiana, Milano, Rizzoli, 1985, leggiamo a proposito de "La Brigata Garibaldi": "Composto collettivamente da un gruppo di partigiani a Castagneto di Ramisèto nella primavera del 1944 sull'aria di una vecchia marcia fascista cantata durante anche la guerra di Spagna (ma la cui origine più antica potrebbe essere ottocentesca e garibaldina), è considerato l'inno quasi ufficiale delle brigate garibaldine della provincia di Reggio Emilia".
Sarebbe utile un confronto con Alessio Lega in proposito, e speriamo che accolga il nostro invito.

STROFE CANTATE DALLA 55esima ROSSELLI
Laggiù in una casetta la proprio sul confin
viveva una vecchietta la mamma di un alpin
rombava la mitraglia la proprio sul confin
nei giorni di battaglia del povro figlio alpin
Dalla memoria orale del partigiano Davide Croci raccogliemmo anni fa, più di quelli che vorremmo contare, questo canto, le cui parole vennero tracciate sulla melodia della pastorale di origine piemontese “Gesù Bambino è nato” (di cui già abbiamo scritto in questa rubrica).
Davide raccontava di aver cantato queste strofe durante il suo periodo di macchia nella 55ESIMA ROSSELLI, e si tratta di un classico esempio di rifunzionalizzazione. Si tratta infatti di adeguamento su musica nota e natalizia di alcune strofe di una canzone che fa parte, o faceva parte, di numerose corali alpine. Nota con il titolo de “La madre dell’alpino” (o “Leggenda di guerra"), dal sito del Coro ANA di Milano leggiamo: “Canto d’autore del 1920, Musica di Giuseppe Volontà, Parole di Amerigo Giuliani”.
Si seguito si legge inoltre:
"Canzone d'autore nata assieme ad altri canti simili nel periodo compreso fra il 1920 ed il 1940, rimane solo un'ombra della produzione di canti alpini del 1915-18. La genuina poesia popolare qui è assente: si respira, in questo canto carico di retorica, un'aria triste e funerea.
Fa parte del primissimo repertorio che il Coro ANA di Milano ha eseguito all'inizio del suo lungo cammino artistico.”.
Valeriano Maspero ne fa una stupenda interpretazione, di cui vi lasciamo il link:
https://www.youtube.com/watch?v=u0H2p4h-4G8&list=RDu0H2p4h-4G8&start_radio=1
