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Arlecchino e Brighella. 
E se le maschere di Carnevale arrivassero dall'Inferno?

FolkNewsFEBBRAIO2025

di Giusi Bonacina

Ogni volta che pronunciamo la parola “maschera” inconsapevolmente parliamo di un viaggio. E non un viaggio qualsiasi. Piuttosto l’ultimo. Quello che ci porterà in un’altra dimensione. In un altro regno. Quello dei morti.
Del resto, la maschera ha un’origine antichissima. Assiro-Babilonesi, Egiziani, Greci e Romani utilizzavano infatti la maschera funeraria con la quale accompagnavano il defunto nel passaggio verso un’altra vita.

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Anche noi, uomini del terzo millennio usiamo la maschera. Non più la maschera funeraria ma la maschera carnevalesca. Che cos’ha dunque da spartire il carnevale con la morte? E perché proprio la maschera è la regina del carnevale? Per scoprirlo dobbiamo analizzare la parola “Carnevale”. Si compone di due parti: carro e navale. È proprio il carro navale (pensiamo ai carri allegorici, signori di ogni carnevale) ad accompagnarci nel nostro ultimo viaggio. 
È la “stultifera navisla nave dei folli che ci porterà dal distinto all’indistinto, dal concreto all’astratto, dal noto all’ignoto. Del resto, il carnevale cade tra febbraio e marzo, proprio quando, secondo il calendario romano, l’anno vecchio moriva e cominciava il nuovo anno del tutto sconosciuto e pertanto spaventoso.
Che cosa ci aspetta nel futuro? Forse la fine di tutto? 

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Dunque il carnevale è un momento tragico che ci mostra, esorcizzandola col divertimento, la nostra morte. E ciò è tanto vero che in nessun carnevale mancano mai né il diavolo né lo scheletro accanto a tutte le altre maschere. 

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E allora ci chiediamo: che origine hanno le due maschere bergamasche Arlecchino e Brighella che, avendo entrambe un ruolo fisso nella “Commedia dell’Arte” hanno elevato la nostra città a capitale italiana delle maschere? E che cosa c’entrano con la morte?

 

Arlecchino e Brighella erano due “zani”. Due servi, cioè, che, al seguito delle ricche e nobili famiglie bergamasche (Grataroli, Santacroce, Tasso, Suardi) che avevano casa anche a Venezia, erano approdati nella città lagunare. 

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È il XVI secolo e i nostri amici non hanno ancora il nome con il quale noi ora li conosciamo. Molti loro colleghi hanno raggiunto altre città importanti come Pisa, Livorno, Genova (pensate ai Caravana).
Appena giunti in laguna i nostri zani, scesi dalle montagne bergamasche, vedono una città sull’acqua. Che impressione doveva fare tutta quell’acqua a chi veniva dai monti o dalle campagne orobiche!

 

L’unico modo per sopravvivere era quello di lavorare sodo e di tenersi uniti in un mondo praticamente sconosciuto. Cominciano così a mettersi al servizio dei veneziani. Fanno i facchini. Portano derrate alimentari, legname, mobili. Non si spaventano mai di fronte alla fatica. Accettano anche l’incarico più gravoso per un pezzo di pane. A tenerli uniti c’è per di più la devozione religiosa.

 

Molti di loro si chiamano “Giovanni” (per noi Gioàn e per i veneziani Zan, da cui il plurale Zani) in onore delle chiese bergamasche intitolate a S. Giovanni. Sono, insomma, buoni cristiani e grandi lavoratori con pochissime pretese.

 

Però c’è un problema. Parlano solo il dialetto bergamasco e i veneziani non li capiscono. Emettono i suoni gutturali della nostra lingua e, nel tentativo di farsi intendere, gesticolano. I veneziani si rendono conto che sono divertenti e pensano di farli esibire, per puro divertimento, nelle calli, nei campielli e, infine, nei teatri. 


Nasce la “Commedia degli Zani” poi “Commedia dell’Arte”. Solo col passare del tempo impareranno la lingua veneziana, ingentiliranno le loro espressioni e le loro movenze. Diventeranno insomma, anche grazie a Goldoni, Brighella e Arlecchino. 

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Ma da dove questi nomi? Il primo a usare dei nomi che potrebbero aver suggerito quelli delle due maschere, è stato senza dubbio Dante. Quel padre Dante che, profondo conoscitore della saga nordica, sceglie per un rappresentante del suo inferno il nome del capo di una legione di demoni, Horla King o Allequin. Naturalmente italianizza il nome e lo trasforma in “Alichino”. Alichino però non è un capo. Piuttosto un servo infernale (servo come gli zani) che sottostà agli ordini di “Malacoda” (5° bolgia).

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Ingenuo e credulone Alichino (da cui Arlecchino) verrà alle mani con un altro diavolo, servo come lui, “Calcabrina”, da cui il nome di Brighella. Entrambi dunque, venendo dall’inferno, appartengono al regno dei morti. E che cosa ci dà la certezza che siano proprio di origine bergamasca?

Pensiamo alla Bergamo del Cinquecento. Pensiamo al suo territorio. Una pianura sconfinata punteggiata di monasteri (molti dei quali esistono ancora) e ricca di acque alle quali si attribuiscono proprietà taumaturgiche. Ma la città non è in pianura. Sorge sulla cima di un colle.


E i nostri antenati Celti credevano che le porte del regno dei morti si aprissero sui fianchi delle colline. Dunque venire da Bergamo significava venire da un altro mondo. E Arlecchino che, per ricordarci di essere stato un demone, porta ancora sulla fronte il segno di un corno infernale, non poteva essere che bergamasco.  

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